RICCIO DI PRATERIA (Sphaerechinus granularis) (foto Massimo Ponti)

RICCIO DI PRATERIA(Sphaerechinus granularis ) (foto Massimo Ponti)

Il riccio della foto appartiene alla specie Sphaerechinus granularis, chiamato in italiano ‘Riccio di prateria’, proprio perché molto spesso viene rinvenuto nelle praterie di posidonieti. È comunque comune nelle Tegnùe, dove convive con altre due specie, il Riccio melone (Echinus acutus) e il Riccio comune (Paracentrotus lividis), quest’ultimo sicuramente il più noto tra i tre.

Come prima cosa con questa scheda si vuole sfatare una credenza comune: i ricci ‘femmina’, quelli commestibili, non hanno un colore più chiaro rispetto ai ricci ‘maschi’, che non sono buoni da mangiare. In realtà, nel caso del riccio comune, che è il più apprezzato dal punto di vista culinario, è impossibile distinguere i due sessi esternamente e l’equivoco nasce dal fatto che esiste un’altra specie, l’Arbacia lixula, molto simile a P. lividus, che si distingue esternamente soprattutto per il colore più scuro, ma anche per le dimensioni delle gonadi (la parte edule dell’organismo), che sono molto più piccole rispetto a quelle del riccio comune. In passato quindi si credeva che questi due organismi fossero due sessi della stessa specie, con il riccio comune nel ruolo di femmina, in quanto ha le gonadi più grandi. Invece la realtà è che, quando mangiamo una prelibata pasta con i ricci, stiamo ingerendo le gonadi sia dei maschi che delle femmine del riccio comune.

Un altro aspetto interessante su questi organismi riguarda le loro abitudini alimentari: sono voraci erbivori e trascorrono l’intera esistenza brucando le alghe sui fondali marini. Il loro è un ruolo fondamentale all’interno degli ecosistemi al punto tale che un aumento o una diminuzione del loro numero può portare a conseguenze molto importanti. Una pesca eccessiva dei ricci, infatti, può portare ad una proliferazione algale massiccia, in quanto viene a mancare il ‘brucatore’ per eccellenza e questo può causare conseguenze anche molto negative su tutto l’ambiente. Viceversa anche una proliferazione troppo grande dei ricci può portare a conseguenze nefaste; seguono due esempi utili a dimostrare quanto appena sostenuto.

Il primo riguarda ciò che successe a Ustica dopo la creazione della Riserva marina nel 1982. In quell’occasione venne deciso che la pesca al riccio (tipica in quell’area) doveva essere regolamentata e vietata in alcune zone. Questo portò ad una crescita enorme del numero di ricci, che in poco tempo fagocitarono una vastissima distesa di alghe, creando dei veri e propri deserti sommersi.

Il secondo caso, ancora più interessante e significativo, riguarda ciò che accadde nelle coste settentrionali americane dell’Oceano Pacifico nei primi anni del secolo scorso. In queste zone esistono delle foreste marine dominate dalle laminarie, alghe brune soprannominate ‘kelp’; esse si ancorano al fondo e formano fronde lunghe decine di metri che possono raggiungere la superficie. Queste foreste sono considerate uno degli habitat più produttivi al mondo, dove vivono, crescono, si riproducono o cercano riparo moltissime specie marine. Quando in America il numero delle lontre diminuì drasticamente a causa della caccia per le pelli, la conseguenza inaspettata fu la drastica riduzione del kelp, con conseguenze su tutto l’ecosistema e su tutte le specie (alcune anche dall’alto valore commerciale) che abitavano l’area. Ma non era noto il collegamento tra queste due specie, in quanto le lontre non si nutrono di kelp. Successivamente fu scoperto che il collegamento era proprio il riccio di mare, in quanto da un lato esso rappresenta uno dei più grandi razziatori di kelp, cibandosi sia degli stadi giovanili algali sia del disco con cui queste alghe si attaccano al fondo, dall’altro le lontre sono i più grossi predatori di ricci e giocano, difatti, un ruolo chiave nel tenere sotto controllo il loro numero e, quindi, nel collaborare a tenere in buona salute la foresta sottomarina. Solo in seguito, con la protezione delle lontre e il loro reinserimento nell’ambiente, si riuscì, anche se solo in parte, a tornare ad uno stato di equilibrio.

La catena alimentare è uno dei principali fattori di controllo dell’equilibrio degli ecosistemi, spezzarla è sempre molto pericoloso e di esempi in natura ce ne sono a migliaia. Niente c’è a caso.